Annegare a Milano

Premessa – Ho guardato la partita in un ristorante, causa cena di famiglia. La mia visione della realtà potrebbe essere stata alterata da urla grottesche dei bambini presenti in sala e risate fragorose dei miei commensali. Vi chiedo dunque di non essere troppo crudeli nei giudizi: ci siamo passati tutti.
Non mi ritengo un tipo nostalgico anzi, ma se c’è una cosa che rimpiango del calcio che fu è sicuramente il metro di arbitraggio, decisamente meno fiscale. Sono un amante dei contrasti duri: non quelli fatti con lo scopo di far male all’avversario ma quelli che ti lasciano senza parole tanta è la grinta che sprigiona una giocata del genere. Sarò particolare ma una scivolata vigorosa mi esalta molto più di una magia che lascia seduto l’avversario. Sarà che son sempre stato un difensore …
Torniamo a noi: oggi mi sono veramente divertito, una bella partita “maschia“. Non sarà stato il massimo del tatticismo che il calcio europeo sia in grado di offrire ma nell’arco dei centoventi minuti ho visto due squadre bramose di vittoria: certo era la finale di Champions League, certo era un derby (e neanche poco sentito) ma l’intensità messa in campo non mi ha lasciato indifferente. Ho visto Bale con i crampi. Bale signori miei: un gallese con il fisico da rugbista, la resistenza di un maratoneta e i piedi di un calciatore sublime. Probabilmente è una delle visioni distorte di questa controversa serata ma se così non fosse è crollata una delle verità assolute alle quali mi aggrappavo saldamente.
Il divertimento passa però in secondo piano se sei uno degli interpreti che scende su quel rettangolo verde delimitato da delle linee bianche e in particolar modo se oggi indossavi fiero una maglia a bande orizzontali bianche e rosse. L’Atletico perde, il Real vince. Talvolta i verdetti sono così infami! I Colchoneros sono costretti ad abbandonare il loro credo tattico dopo pochissimi minuti a causa del gol di Ramos ed i Blancos quasi a sbeffeggiarli cercano di imitare il loro stile di gioco, ovviamente senza porre freni alla manovra offensiva: con Bale, Benzema e Ronaldo sarebbe un crimine farlo. La partita sembra avviarsi alla sua naturale conclusione: 1-0 per la banda di Zidane (il più giovane allenatore a vincere una Champions League con il Real Madrid). Sembra, perché quasi a voler tirar fuori lo scheletro dell’armadio, Ferreira Carrasco punisce i Galacticos in maniera simile a quella che fece Ramos in quel di Lisbona: ovviamente il gol del difensore fu all’ultimo istante e decisamente più emozionale ma quello del belga è stato altrettanto cruciale (citofonare a casa Vasquez-Danilo per chiedere delucidazioni).
1-1, quindi. Il tempo scorre inesorabile. 90. 120. Calci di rigore. Per un istante, uno soltanto, ho rimpianto tutte quelle volte che nella mia mente è balenata la dannata idea di diventare presidente FIFA ed abolire la parola pareggio da qualunque dizionario presente sulla terra. La lotteria dei tiri dagli undici metri è la cosa più ingiusta a cui io riesca ad assistere. E’ tutto così frenetico e in un paio di secondi il pubblico che ti applaudiva può trasformarsi nel più spietato boia al soldo di Robespierre. Ed è qui che due linee parallele come Oblak e Vasquez scappano dal nostro universo, raggiungono un’altra dimensione, si congiungono in un unico punto e poi scappano via, tornando ad inseguire le proprie traiettorie. Il portiere sloveno, miglior giocatore dell’Atletico di questa Champions League (parere personale ovviamente) viene etichettato come “pippa” da gente comodamente seduta sul proprio divano pronta a scrivere sui propri smartphone il proprio pensiero in 140 caratteri: e, se non bastasse, hanno la presunzione di essere dispensatori di verità. Dall’altra parte uno spagnolo, canterano e tifoso del Real, sceglie il miglior momento possibile per farsi perdonare dell’errore commesso in precedenza e, con una calma olimpica, infila il pallone alla sinistra di Oblak. Era più tranquillo lui che io ad un torneo estivo in un villaggio vacanze. Neanche a dirlo tirai centrale a mezza altezza ed ancora più ovviamente il portiere rimase centrale e lo bloccò.
Ho digerito da poco questa finale (ed anche il pasto) e sono qui a chiedermi cosa mi rimarrà di quel 28/05/16. Penso alla faccia di Ronaldo dopo il rigore decisivo, o a Zidane che ai supplementari se la rideva proprio con CR7. Il volto che mi accompagnerà negli anni a venire sarà però quello di Juanfran. Non mi piace sprecare parole frivole, lo hanno già fatto i miei commensali (“E’ un vero uomo” “Ma si può piangere per una partita di calcio?”) ma appena ho visto piangere lo spagnolo ho pensato ad un altro giocatore iberico: Canizares. Quindici anni dopo la storia si ripete, stesso posto, stesso palcoscenico. La storia è scritta dai vincitori e io non so spiegarmi per quale dannato motivo, ogni volta, resto incantato da chi, con il capo chino, smarrisce il suo sguardo sconfitto in quell’immenso rettangolo verde che chiamano la vita.